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La recente pubblicazione dei dati sulla manodopera frontaliera ha innescato un’ampia ridda di valutazioni e commenti. Non poteva d’altronde essere altrimenti se si considera che si è registrato un aumento consistente: circa 2’000 unità rispetto al primo trimestre dell’anno e quasi 4’000 unità rispetto a un anno fa.

Pressioni in ulteriore aumento
Di fronte a queste cifre è inevitabile una prima costatazione. Flussi di queste dimensioni, che sono peraltro analoghi a quelli che si succedono invariabilmente da alcuni anni, sono tali da iniettare nel mercato del lavoro ulteriori fattori di distorsione. La consistenza e la rapidità dell’incremento della manodopera è tale da rendere arduo un suo assorbimento fluido. Va perciò a gonfiare ulteriormente le pressioni occupazionali e salariali generate e alimentate dalla libera circolazione. Si accentua anche il grado di flessibilità e di precarietà del mercato del lavoro poiché una parte della crescita del numero di occupati rientra nella sfera delle forme atipiche di lavoro.

Di chi la responsabilità?
Chi fornisce una lettura strumentale dell’evoluzione in atto ha buon gioco nello scaricare genericamente la responsabilità delle attuali distorsioni sul frontalierato. Niente di più errato e fuorviante. La responsabilità ricade sugli operatori economici locali che utilizzano in modo distorto e speculativo la libera circolazione. Distorto poiché, non riservando una attenzione specifica alla manodopera locale in una logica di complementarietà tra lavoratori indigeni e frontalieri, genera una concorrenza e competizione che è fonte di tensione e di rigetto. La votazione dello scorso febbraio sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa è figlia evidente di questa situazione. Speculativo poiché si sfrutta il bisogno di lavorare della manodopera frontaliera imponendo livelli salariali al ribasso. Ne è evidentemente contagiato l’intero mercato del lavoro mettendo a repentaglio i livelli salariali usuali (d’altronde già inferiori alle medie nazionali) e conseguentemente il tenore di vita della popolazione locale.

Un fenomeno sfuggente
A incidere sulla traiettoria numerica del frontalierato è pure l’insediamento di aziende (anche di piccole dimensioni e persino individuali) provenienti da oltre confine. Si tratta di operatori che fuggono i vincoli e i lacci che intralciano in patria il funzionamento aziendale per beneficiare di un contesto meno rigido e dotato di servizi efficienti. Questi insediamenti denotano sovente un basso tasso di capacità di integrazione nel territorio, finendo per costituire delle piccole «enclavi lombarde». I parametri retributivi e la cultura delle relazioni sindacali sono spesso lontane da quelle del territorio. Anche su questo versante non manca una parziale responsabilità interna. Chi (perlopiù studi legali e fiduciari) accompagna e consiglia queste ditte nell’insediamento in Ticino non richiama adeguatamente la necessità che si conformino agli standard locali ed alla tradizione di dialogo sociale che vige nel Cantone.

Un interesse comune
È nell’interesse indistinto di tutte le componenti di manodopera (locali e frontalieri) preservare un funzionamento ordinato del mercato del lavoro, che non sia terra di scorribande per avventurieri e speculatori (purtroppo in rapida diffusione). Lo è senza ombra di dubbio per la manodopera locale, che vede oggi deteriorarsi le condizioni di lavoro e retributive. Lo è per gli stessi frontalieri, talvolta troppo affrettatamente allettati dalle porte occupazionali che si sono spalancate; devono rendersi conto che in un mercato del lavoro disordinato e alla mercé di troppi filibustieri che oggi vi prosperano, saranno inevitabilmente esposti a pressioni, forme di sfruttamento e anche meccanismi di sostituzione.

Governare il mercato del lavoro
Una causa più generale che sta a monte dell’odierna deriva è riconducibile all’inadeguatezza del quadro contrattuale e legale svizzero rispetto al contesto di libera circolazione. Questo scollamento è tanto più carico di scompensi in Ticino per la maggiore esposizione della nostra regione alle ricadute del nuovo regime che regola la manodopera estera. Si impone perciò il rafforzamento delle norme che regolano le condizioni di lavoro e il funzionamento stesso del mercato del lavoro. Temi come la diffusione dei contratti collettivi di lavoro, il potenziamento delle misure di accompagnamento, la fissazione di salari minimi legali, l’intensificazione dei controlli e delle sanzioni sono di stretta e impellente attualità. L’OCST non può che ribadire gli appelli già lanciati e le proposte già formulate all’indirizzo del padronato e dell’autorità pubblica. Ulteriori sollecitazioni in questa direzione saranno avanzate nei prossimi giorni.

Meinrado Robbiani