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Mercoledì 11 dicembre il Gran Consiglio ha accettato, con alcuni emendamenti, la proposta della Commissione della gestione per l’applicazione dell’iniziativa «Salviamo il lavoro in Ticino», approvata in votazione popolare nel 2015.
Ha detto quindi sì all’introduzione di un salario minimo tra i 19.75 e i 20.25 franchi all’ora in tre tappe. Alla fine del 2021 infatti, entrerà in vigore un salario orario minimo tra i fr. 19.- e i 19.50. Dalla fine del 2023 questo limite verrà innalzato a una forchetta compresa tra i fr. 19.50 e i 20.00. Entro la fine del 2024 entrerà in vigore la forchetta di fr. 19.75-20.25. Entro giugno del 2024 il Consiglio di Stato dovrà presentare un rapporto sugli effetti dell’introduzione del salario minimo; il Parlamento avrà quindi facoltà di bloccare l’introduzione della forchetta tra i fr. 19.75 e i 20.25, che altrimenti entrerà in vigore. Sarà possibile rimandare l’entrata in vigore dell’ultimo livello solo con una maggioranza assoluta.
L’OCST, in una nota stampa, ha espresso la sua approvazione per questa soluzione che stabilisce un minimo al di sotto del quale non è lecito andare e che, badiamo bene, è un minimo sociale e non economico. La nozione di salario minimo è stata infatti ben spiegata dal Tribunale federale nella sua sentenza del 2017 su una decisione analoga presa nel Canton Neuchâtel: è lecita solo se costituisce una misura di politica sociale, persegue lo scopo di lottare contro la povertà, contribuisce al rispetto della dignità umana, non è contraria alle disposizioni federali relative alla libertà economica.
L’idea che sta dietro a questa sentenza è che al liberismo economico devono essere posti degli argini che corrispondono al punto nel quale scarica dei costi alla società intera. È il caso per esempio di un lavoratore che è costretto a far capo agli aiuti sociali a causa dell’esiguità del suo salario.
Il salario minimo, è evidente, non risolverà tutti i problemi del nostro mercato del lavoro, che vanno affrontati ad altri livelli. Sarà invece uno strumento utile per arginare gli abusi più sfacciati a livello salariale, un livello minimo che tiene in considerazione le necessità minime dei residenti. Ricordiamo, come abbiamo già fatto in passato, che le lavoratrici e i lavoratori del nostro Cantone subiscono una pressione salariale sconosciuta in altre regioni del Paese e che i salari ticinesi sono del 14% inferiori rispetto alla media svizzera.
C’è chi teme che l’introduzione del salario minimo livellerà le retribuzioni verso il basso. Venendo questo allarme dalla parte padronale, sorge il dubbio che dietro a questo timore si celi piuttosto un’intenzione. Nella lunga esperienza dell’OCST in ambito di contrattazione, non è mai accaduto che il minimo salariale stabilito in un contratto si trasformi in un massimo salariale. Si tratta piuttosto di un’indicazione che viene applicata tutt’al più a chi è privo di forza contrattuale: chi ha basse qualifiche o poca esperienza, per esempio. Negli altri casi vengono considerati molti più aspetti tra cui l’esperienza, le competenze, l’efficacia e l’efficienza, tutte componenti che vanno a costituire retribuzioni ben più cospicue.
Diverso è il caso delle aziende nelle quali il personale viene considerato un costo, piuttosto che una risorsa. In queste, facendo ancora capo all’esperienza sul campo, troppo spesso si faticano a raggiungere i minimi salariali proposti a tutti i livelli dell’organizzazione.
Questa soluzione valorizza poi la contrattazione collettiva che, non ci stancheremo mai di dirlo, è il vero strumento di regolazione del mercato del lavoro, uno strumento potente che non prende in considerazione solo l’aspetto salariale, ma, nascendo nell’ambito di un confronto, contempla il complesso di tutte le condizioni che vanno regolate nei settori specifici: la pianificazione dei tempi di lavoro, le esigenze di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, la formazione e la carriera, la malattia, il prepensionamento, ecc…
È in questo senso che i deputati al Gran Consiglio OCST, Jelmini e Fonio, nel 2017 avevano presentato una mozione che chiedeva un maggiore sostegno alla contrattazione collettiva anche tramite il rafforzamento dell’Ufficio cantonale di conciliazione, per incentivare e sostenere l’azione delle parti sociali volta ad attuare, tramite i contratti collettivi di lavoro, una concreta regolazione nei vari ambiti lavorativi.
Ora la sfida sarà quella di giocare pienamente il ruolo di sindacati e imprenditori che dovranno dimostrare di sapersi assumere la responsabilità sociale che loro compete: se coglieranno l’occasione per valorizzare il personale occupato, magari investendo nella formazione e nell’innovazione.
 
Renato Ricciardi