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Le vicende legate ad Argo1 e allo scandalo dei permessi (quest’ultimo dimenticato troppo frettolosamente) come pure altri errori commessi presso l’Amministrazione cantonale, hanno certamente fatto emergere i limiti della macchina Stato – e non solo – nella gestione di situazioni straordinarie.
È necessario chinarci su questi problemi, verificare le responsabilità e trovare tempestivamente correttivi adeguati. Come tutte le organizzazioni composte da uomini, anche l’Amministrazione cantonale non è immune da errori ai quali deve saper porre rimedio, dove necessario, per migliorare i servizi, perché si può sempre fare meglio e di più!
Lungi da me, dunque, banalizzare queste lacune o attuare una difesa d’ufficio dei funzionari o, ancora, proporre un’analisi acritica dell’attività dello Stato e del Governo. Di fronte a quanto accaduto non si può finire a tarallucci e vino! Gli errori devono essere segnalati e chi ha sbagliato deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità!
Mi permetto tuttavia di rilevare che le reazioni scaturite e soprattutto l’enfasi di chi ha voluto gettare dubbi e fango su fatti e persone con l’unico obiettivo di apparire, ha avuto delle conseguenze pesanti nell’attività dell’amministrazione. Di fatti oggi si constata un certo ingessamento nei servizi e ritardi nelle decisioni. Sono diversi i collaboratori che ci hanno reso attenti su questa situazione. Spesso il funzionario teme di prendere delle decisioni e non per timore di incorrere nell’errore, una possibilità che rimane per chi lavora (solo chi non fa non sbaglia mai!). La paura dei collaboratori è piuttosto quella di trovarsi oggetto di processi di piazza, sovente anche campati in aria o per questioni di cui magari non si è neppure direttamente responsabili, senza nessuna possibilità di difendersi né tanto meno far sentire la propria voce. Il dileggio, la critica superficiale e la conseguente gogna mediatica è purtroppo diventata una costante e viene pure causata anche da chi, pur professandosi vicino ai lavoratori, persegue squallidi interessi di bottega.
Il ruolo del funzionario pubblico è diventato più debole, non essendo adeguatamente sostenuto e l’unica difesa possibile è quella di muoversi solo se pienamente tutelato dal proprio superiore che a sua volta deve cercare tutele. Questo processo, peraltro legittimo nell’ottica della difesa del proprio operato, non può che immettere sabbia negli ingranaggi della macchina Stato.
Ben venga allora la chiusura dell’inchiesta parlamentare e ben venga il dibattito parlamentare su questa inchiesta anche se temo ci toccherà assistere al solito teatrino, poco edificante, che livella verso il basso la politica nostrana. Ritengo tuttavia indispensabile che, superata questa fase, si possa con coraggio guardare avanti e proporre i correttivi che possano ridurre il rischio di errori ma soprattutto che permettano di ristabilire la fiducia nell’Amministrazione e di sostenere i funzionari che in grandissima parte svolgono con professionalità il loro servizio a favore della popolazione.
 
Lorenzo Jelmini