Mani al servizio dei piedi

Nel ramo della calzatura, gli zoccoli sono stati classificati «calzatura dei poveri» vuoi per la loro diffusione nei bassi ceti, vuoi per il costo modesto.

 

Alla fine dell’800 gli zoccolai presenti in Ticino lavoravano direttamente sul campo, ossia nei boschi. Si trattava di un duro lavoro, faticoso e talvolta pericoloso. Gli alberi venivano abbattuti con la scure o con la sega dal manico ad arco. Si lavorava sempre, con il freddo e con il caldo. Eloquente la testimonianza di alcuni operai stabilitisi nei boschi tra Gudo e la foce del fiume Ticino alla fine dell’800: «lavoravamo a cottimo. Dormivamo nel capanno con il fuoco acceso e alimentato a turno. Per lavarsi si prendeva l’acqua alle Bolle o direttamente dal fiume Ticino.» Il lavoro consisteva principalmente nel tagliare gli alberi, sezionare i tronchi a misura del piede, preparando dei parallelepipedi e «squadrare» lo zoccolo con la falce. La squadratura era semplicemente l’eliminazione, a occhio, delle parti inutili, dando così forma allo zoccolo vero e proprio. In seguito, terminato questo lavoro, gli zoccoli venivano legati a gruppi di 20 paia con due rami di nocciolo ed esposti al sole. Dopo l’essicazione si trasportavano al magazzino per la pulitura: anch’essa svolta a mano, serviva pure a dare la curvatura del sinistro e del destro. Finito questo procedimento mancava soltanto l’inchiodatura delle tomaie in cuoio: ora gli zoccoli erano pronti a partire verso i mercati del Ticino.
Il classico zoccolo ticinese aveva due tacchi, uno a metà della parte anteriore con forma triangolare e uno più quadrato nella parte posteriore. Questi tacchi permettevano alle persone, in prevalenza contadini di montagna, di percorrere i vari sentieri e pendii avendo una buona aderenza sia nelle salite che nelle discese. Non rari erano i casi in cui i proprietari infilavano dei chiodi per avere ancor più presa sul terreno scosceso.
tronchi
L’arte dello zoccolaio
Fare l’artigiano, in questo caso produrre zoccoli, non era semplicemente prendere un tronco e trasformarlo nel prodotto desiderato. Comportava tutta una serie di conoscenze oltre alla semplice maestria manuale. Significava conoscere le piante, la loro crescita, le malattie, i terreni in cui crescevano e quant’altro. Per portare un esempio di questo sapere, si diceva che i terreni argillosi favorissero il prosperare di bruchi nelle piante, mentre il terreno sabbioso portasse, di norma, a una crescita sana.
Spesso queste conoscenze venivano trasmesse di padre in figlio: dal riconoscere la foglia malata alla corteccia, il colore del legno una volta tagliato, la direzione in cui tagliarlo, le screpolature e via dicendo. Tutti elementi fondamentali per riuscire ad avere un prodotto finale eccelso.
I principali tipi di legno usati erano pioppo, salice, ontano e tiglio. Il salice lo si preferiva per il suo peso specifico che permetteva di aumentare il volume di carico sui camion. I motivi dell’utilizzo di questi tipi di piante erano semplici: abbondavano in Ticino, in particolar modo sul Piano di Magadino. Inoltre, soprattutto ontano e tiglio, erano dei legni «dolci» da lavorare quando ancora verdi, ma parecchio consistenti una volta stagionati.

La Seconda Guerra Mondiale
Con l’arrivo della guerra, che prospettava la chiusura delle frontiere, molti operai italiani impiegati negli zoccolifici vollero rientrare in Italia dalle loro famiglie. Si sopperì alla carenza di manovali andando a pescare operai da altri settori, possibilmente già abili nella lavorazione del legno e si iniziò ad avvalersi dell’aiuto delle macchine.
La Seconda Guerra Mondiale valorizzò gli zoccoli in quanto venivano fabbricati con un prodotto locale (legno) che non doveva essere importato. Anzi, vi fu un’impennata delle esportazioni verso il resto della Svizzera e i paesi belligeranti. Venne però a scarseggiare, a causa dei vari blocchi alle importazioni e i razionamenti vigenti, il cuoio per le tomaie. Si supplì alla mancanza utilizzando della stoffa colorata. Ciò permise anche di soddisfare un po’ di più i crescenti desideri femminili, mentre con i colori vivaci si fabbricarono le calzature della domenica. Contemporaneamente, come detto, per stare al passo con i tempi e rispondere alla crescente richiesta, si passò alla lavorazione a macchina che permise la creazione di nuove forme oltre al tradizionale zoccolo ticinese. Ne vennero introdotte di più eleganti e comode, aumentando così l’offerta. Si cominciò con la sandaletta per bambini, poi con la forma ortopedica e in seguito lo zoccolo con il tacco alto e basso.
Altro fenomeno causato dalla guerra fu il sorgere in Ticino di nuovi zoccolifici. In realtà erano fabbriche di mobili costrette a ripiegare su questo articolo per occupare la manodopera e continuare l’attività.

 

Il dopoguerra
Terminato il secondo conflitto mondiale il lavoro ne risentì. Tanti zoccolai cercarono di convertirsi ad altri mestieri visto che comunque il loro era un lavoro fisicamente pesante. Coloro che resistettero continuarono l’attività anche nel dopoguerra ed essendosi creati una clientela estera durante il conflitto, ebbero anche dei buoni profitti.
Durante i periodi di grande produzione sorse il problema della collocazione degli scarti: in parte venivano riutilizzati all’interno degli zoccolifici per riscaldare e cucinare, in parte erano venduti come legna da ardere. Ma vi fu un periodo in cui la collocazione di questi pezzi di legno divenne difficoltosa a causa degli enormi quantitativi e dell’introduzione di nuovi metodi di riscaldamento. Per farci un’idea del problema pensiamo per esempio agli zoccolifici in grado di produrre 200’000 paia all’anno quanto materiale di scarto generavano. Non pochi furono i casi in cui gli stessi fabbricanti, pur di liberarsene, portavano gratis questa legna alle persone anziane che utilizzavano ancora la famosa stufa «economica».
Vi fu poi un brusco cambiamento nella produzione a partire dagli anni ‘50: il legname utilizzato proveniente dal Piano di Magadino divenne prezioso in quanto alcune ditte lo usavano per il trasporto e l’immagazzinamento della frutta. Ci si rivolse allora a ditte italiane, che però lo fornivano già segato in tavole e ben stagionato. Fu una scelta obbligata che portò involontariamente enormi vantaggi. Permise di eliminare la metà degli scarti e il processo di vaporizzazione della linfa. Cosa più importante si eliminò il periodo di essicazione permettendo così al «capitale» di non restare fermo per diversi mesi rendendo la professione anche più redditizia.

L’ultimo modello
Ultimo tipo di zoccoli prodotto in Ticino fu il cosiddetto «anatomico», il famoso modello «Scholl», dall’omonima ditta, ideato in Inghilterra ma brevettato in Germania. Fu richiesto anche alle nostre latitudini dai commercianti e dalla gente. Ma solo uno dei pochissimi zoccolifici rimasti adattò la produzione. Realizzò un «fac-simile» di costo inferiore rispetto all’originale, che essendo brevettato, non poteva essere riprodotto tale quale. Cosa non evidente che richiese ore e ore di sforzi e tentativi per ideare un prodotto soddisfacente: era il modello «Fisiosan».

fisiosan
Più tardi, verso la fine degli anni ‘80 arrivarono le calzature in plastica o altro materiale, che relegarono gli zoccoli ai nostalgici o come souvenir.
Vorrei terminare questo scritto con una testimonianza di mio nonno Edo Donini, che ringrazio per il materiale lasciatomi, datata 15 gennaio 1991: «Visitando la fabbrica, mi sento inondato dai ricordi che durante il tempo dell’attività mi incitavano a fare di più e meglio. Girovagando nei locali, per voglia innata, accarezzo le macchine ferme e tutti gli arnesi da lavoro che mi hanno accompagnato durante gli anni della professione. Le cose sono rimaste intatte, ma la mia persona la rimiro nello specchio quasi con la paura di ricevere un rimbrotto perché l’ho troppo sfruttata fisicamente e senza badare alle ore. Sul mio capo è apparsa la prima neve annunciando l’inizio dell’età senile, quell’età che mi accompagnò da giovanetto nei boschi del Piano di Magadino.
Ormai la fabbrica è chiusa dal 1° luglio 1990. Vorrei ricordare ai posteri che anche con una umile professione si possono ottenere delle relazioni importanti. Ormai lo zoccolaio si è unito all’arrotino di piazza, al cadregatt e al magnan. Testimonianze da relegare al Museo contadino nascondendo la durezza del lavoro, gli stenti e l’abilità professata.»

 

Giorgio Donini

 

PS: per avere una migliore idea delle parole vi rimando alla versione online o cartacea contenente parecchie foto

Link, pagine 12-13: http://www.ocst.com/index.php?option=com_flippingbook&view=book&id=43:il-lavoro-n12-del-17-luglio-2012&catid=3:ultimo-numero&tmpl=component