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Nella notte del 27 Marzo lo stilista Philipp Plein pubblica su Instagram un lungo post (con tanto di logo del comune di Lugano e riferimento diretto al Sindaco Borradori) in cui attacca duramente l’ispettorato cantonale del lavoro «colpevole» di aver interrotto una cena in ufficio con i fornitori, e contesta alla città e alle sue istituzioni di trattarlo come un criminale, senza rispetto per quello che fa per il cantone e per i posti di lavoro creati.
 Interpellato nei giorni seguenti dai media ticinesi, Plein rincara la dose e il dibattito che ne segue vede intervenire lui, noi, i suoi legali (o presunti tali), ex dipendenti che trovano finalmente uno spazio per raccontare le loro esperienze , politici che a vario titolo ritengono di dover dire la loro, e perfino pizzaioli e supermercati (menzione d’onore per Migros: geniale la loro campagna pubblicitaria). Da parte nostra crediamo sia ora doveroso fare un po’ di ordine e chiarezza e riportare al centro dell’attenzione chi ancora non ha avuto modo di dire la sua: gli attuali dipendenti di Philipp Plein.
 
Cos’è successo davvero
Alle 23.30 del 27 marzo un ispettore del lavoro entra nella sede di Philipp Plein per verificare chi stia ancora lavorando all’interno dello stabile. La decisione di intervenire arriva dopo alcune settimane di confronto tra il nostro sindacato e le autorità cantonali, in cui OCST ha documentato in maniera puntuale un costante ricorso al lavoro notturno e una chiara violazione delle norme sul riposo giornaliero. L’azione dell’ispettorato non è quindi improvvisata quella sera, ma è l’esito di una attenta valutazione e ponderazione nei tempi e nei modi. Si è trattato di un controllo, non certamente di un’irruzione, e come ogni controllo non si può contestare: se si è in regola finisce lì;  se non si è in regola, si rischia di incombere in sanzioni. L’atteggiamento di Plein, e le gravi parole usate sui media, sono quindi inaccettabili e offensive della professionalità e della prudenza con cui le autorità cantonali si muovono nel loro lavoro. Su questo, spiace la leggerezza nelle reazioni di alcuni politici e ci si augura che le autorità sappiano pretendere il rispetto dovuto alle istituzioni cantonali.
 
Qual è la situazione in azienda
La situazione aziendale oggettivamente desta forti preoccupazioni da diverso tempo. Non si tratta solamente di una gestione disinvolta dell’orario di lavoro. Già in passato la tripartita era intervenuta rilevando livelli retributivi inaccertabili (tuttora molto bassi, pur nei limiti dei minimi cantonali) e di «stage» fuori dai parametri legali. Per non parlare di un turnover che ha visto cambiare l’80% del personale in 4 anni: alcuni se ne sono andati, ma molti si sono però visti improvvisamente messi da parte, magari solo per la necessità di assentarsi per malattia o per problemi famigliari. Abbiamo alcune cause pendenti, ma per lo più i dipendenti coinvolti cercano solamente di voltare pagina al più presto. Perché la pretesa di Plein al fondo è questa: lavorare con lui deve essere un’esperienza totalizzante ed eccitante, di piena dedizione a lui e all’azienda. Tutti devono essere a sua disposizione nei modi e nei tempi che ritiene necessari. Un’impostazione molto diffusa nel mondo della creatività e della moda (tutti abbiamo visto «Il diavolo veste Prada», vero?) per nulla celata da Plein, che può avere anche risvolti piacevoli o gratificanti: viaggi, trasferte, fermento continuo, esperienze professionali fuori dall’ordinario, nonché la possibilità di avere spazi e responsabilità che in aziende più grosse sarebbero impensabili (soprattutto per chi è all’inizio della propria carriera, come molti dipendenti). E va detto, parliamo senza dubbio di una figura (quella di Plein) affascinante sotto tanti punti di vista, primo dei quali la sua capacità di abnegazione e di controllo maniacale di ogni dettaglio: se ci sono orari folli, è perché lui è il primo a lavorare senza sosta. Il punto è capire quale è il confine, il limite tra le pretese e le aspettative dello stilista estroso, e il dovere del datore di lavoro di «rispettare e proteggere la personalità dei dipendenti e i loro interessi» (art. 320 CO). Se questo non avviene, occorre intervenire per evitare degenerazioni e abusi, tutelando la parte oggettivamente più debole del rapporto di lavoro: i dipendenti, appunto, che troppo spesso si sentono indifesi e impauriti nel confronto con la verve e la personalità del «capo».
 
Il ruolo del sindacato
Chiariamo bene: nessuno vuole criminalizzare il signor Plein esponendolo alla gogna mediatica. Se lui stesso non avesse volutamente deciso di aprire pubblicamente il dibattito su quello che succede nella sua azienda, oggi forse tutto questo non sarebbe uscito, e non sarebbe necessario questo chiarimento. Come sindacato avremmo però certamente continuato a fare quello che stiamo facendo da mesi: incontrare i dipendenti, confrontarci con loro, incoraggiarli a non accettare passivamente ogni richiesta o ogni pretesa, supportarli nella quotidianità del loro lavoro, esortarli a sostenersi reciprocamente con la convinzione che la solidarietà e l’unione tra di loro sia la strada perché le cose effettivamente possano cambiare e perché si evitino le degenerazioni. E poi, certo, intervenire attivamente laddove necessario, patrocinando azioni legali sui casi personali, segnalando gli abusi alle autorità competenti, e cercando occasioni di confronto con l’azienda. In una parola, dare forza ai lavoratori. Questo è il nostro compito, in qualsiasi circostanza e in qualsiasi azienda (più o meno virtuosa che sia). E certamente proseguiremo a farlo anche quando i riflettori dei media si spegneranno sulla vicenda.
 
Alberto Trevisan