Presa di posizione del padronato ticineseUna sagra all’insegna delle contraddizioni

La conferenza stampa indetta ieri dalle principali associazioni padronali (AITI, CC-Ti, SSIC, ABT, Catef) ha manifestato un insensato sentimento di persecuzione, palesando nel contempo contraddizioni lampanti.

Lamentando un clima di ostilità all’indirizzo delle aziende,

il padronato ticinese scade in una palpabile incapacità di discernimento. Non avverte che l’ostilità del sindacato è rivolta contro le crescenti situazioni di abuso e non verso il tessuto delle aziende nel suo insieme. Percepisse in modo adeguato questa distinzione, il padronato si batterebbe in prima fila e con maggiore vigore contro le distorsioni. Lo farebbe nella convinzione che gli abusi, oltre a compromettere la posizione dei lavoratori, intaccano anche le regole di un fruttuoso funzionamento dell’economia e di una leale concorrenza tra le imprese. Si scoprirebbe d’altronde vicino su questo tema ai sindacati, ravvisando in loro un valido alleato nella battaglia a salvaguardia sia di un mercato del lavoro equilibrato, sia di un contesto economico ordinato e favorevole a chi opera con correttezza e con senso di responsabilità sociale.

Le posizioni espresse dalle associazioni padronati sono pure viziate da tangibili contraddizioni. Da un lato, considerano isolati gli abusi generati da un mercato del lavoro improntato ad una sfrenata flessibilità e dall’uso spregiudicato della libera circolazione. Dall’altro viene però riconosciuto che si sono persino insinuati all’interno del settore pubblico (ciò che convalida le preoccupazioni più acute del sindacato).

Da un lato ci si erge poi contro l’adozione di un salario minimo unico per l’industria. Dall’altro ci si dichiara tuttavia contrari all’introduzione diffusa di contratti collettivi di lavoro che, oltre ad essere lo strumento più efficace per prevenire gli abusi retributivi, sono per loro natura sagomati sulla specificità di ogni singola categoria o impresa (in sintesi: no alla prima soluzione e piede sul freno anche per i contratti collettivi).

Alla luce di questo infondato senso di persecuzione e delle contraddizioni nelle quali è incappato il padronato, sorgono dubbi sulla sua effettiva percezione dell’odierna fisionomia del mercato del lavoro e sulla consapevolezza degli strumenti più appropriati, in primo luogo il contratto collettivo di lavoro, per porre un argine ai pericoli ed alle derive in atto nel mercato del lavoro.

L’OCST sollecita perciò il padronato a guardare in faccia la realtà, senza remora alcuna. E’ una condizione decisiva per costruire una auspicabile comunanza di intendimenti. Combattere le distorsioni è visibilmente di interesse comune. Un’economia che lasci prosperare disfunzioni e pressioni a danno del personale non è né sana, né solida e contribuisce ad intaccare la stabilità sociale. E’ corretto chiedere, come fa il padronato, rispetto per le aziende che creano lavoro e ricchezza. E’ però altrettanto indispensabile chiedere alle aziende un analogo rispetto per il lavoro, che è un perno decisivo della loro stessa prosperità.

L’OCST chiede pure al padronato di uscire dall’ambiguità. Il contratto collettivo è l’arma più efficace contro le situazioni di abuso. Oltre a fissare condizioni lavorative rispondenti alle caratteristiche di ogni singola categoria o azienda, promuove il dialogo e la collaborazione tra gli interlocutori sociali. Ci si incammini conseguentemente verso una effettiva diffusione dei contratti collettivi. Se è stata formulata la richiesta di un salario minimo per tutta l’industria è proprio per il motivo che sono state erette barriere invalicabili contro soluzioni contrattuali di categoria. Invece di innalzare lamenti infondati contro la prospettiva di un salario minimo generalizzato si spiani la strada, come alternativa credibile, ad accordi contrattuali nelle categorie ed aziende che ne sono tuttora sprovviste. Opporsi ad entrambe le opzioni è una via che porta inevitabilmente allo scontro e che produce scorie sociali dannose.

 

OCST
Segretariato cantonale
M. Robbiani