sindacato_ocst_varieL’AITI, nella scia di un’analoga presa di posizione divulgata alcune settimane orsono dalla Federcommercio per il ramo della vendita,

si erge contro l’introduzione di un salario minimo obbligatorio nell’industria farmaceutica come pure nel settore della fabbricazione di apparecchiature elettriche, di computer, di prodotti elettronici e ottici.

 

L’OCST, in un contesto di inoppugnabili pressioni sui livelli salariali indotte dalla libera circolazione, deplora che la principale organizzazione del settore industriale ticinese si opponga ad un moderato provvedimento di tutela delle retribuzioni. I pericoli di distorsione non solo trovano conferma nei più recenti studi sugli effetti della libera circolazione (si veda in particolare la recente pubblicazione dell’Ufficio cantonale di statistica “Libera circolazione: gioie o dolori?”) ma sono anche rilevabili nell’esperienza quotidiana. Urta perciò che, appena una pur modesta misura di contenimento degli squilibri va a toccare una loro componente interna, le associazioni padronali si oppongono alla sua adozione e minacciano ricorsi.

Da un lato si riconosce la necessità di intensificare i controlli sull’andamento del mercato del lavoro e di essere rigorosi nell’applicazione delle misure di accompagnamento alla libera circolazione. Dall’altro, quando emergono situazioni di dumping salariale ci si affretta tuttavia a metterne in dubbio la fondatezza. Non è contestata la facoltà di verificare e valutare i controlli svolti. Occorre tuttavia evitare che, attraverso reazioni di pura difesa corporativa, il padronato concorra a incrinare l’autorevolezza dei controlli effettuati dall’ispettorato del lavoro, per il cui potenziamento e parziale finanziamento da parte della Confederazione ci si è a lungo battuti anche dal versante padronale.

L’AITI non dovrebbe nemmeno scordare che, opponendosi all’introduzione di un salario minimo attraverso un contratto normale di lavoro, si pone più che altro a difesa di chi non lo merita; a difesa cioè di chi utilizza la libera circolazione per mantenere bassi i livelli retributivi. Il salario minimo di entrata proposto dalla Commissione tripartita è leggermente inferiore a 2.800 franchi mensili per tredici mensilità. Può un simile salario giustificare la crociata messa in campo dall’AITI? La risposta appare scontata. Il pericolo, poi paventato dall’AITI, che le ditte interessate non abbiano più ad investire in Ticino ma siano indotte a prediligere altri lidi non merita del resto considerazione. Una simile opzione per le imprese dei rami considerati comproverebbe la fragilità di queste iniziative industriali e il debole interesse del Cantone ad ospitarle sul suo territorio.

Se tra le sue aderenti c’è invece il disappunto di vedersi imporre dall’alto un salario minimo, sia l’AITI stessa a contribuire all’avvio di un dialogo tra le parti sociali dei vari rami con l’obiettivo di delineare una soluzione contrattuale che regoli dal basso, attraverso il negoziato, le condizioni di lavoro, fondando nel contempo uno spazio di proficua collaborazione tra imprese e sindacati. E’ del resto la via più volte auspicata dall’OCST.

L’OCST sollecita perciò l’AITI e la stessa Camera di Commercio, dove alberga la Federcommercio, a subordinare la loro condotta nell’ambito della Commissione tripartita incaricata di applicare le misure di accompagnamento all’obiettivo prioritario di salvaguardare un mercato del lavoro equilibrato. E’ indiscutibilmente nell’interesse anche del padronato di tutelare eque condizioni retributive e di combattere efficacemente le ricadute negative della libera circolazione.

 

O C S T

Segretariato cantonale

M. Robbiani