Un annuncio, pubblicato in questi giorni da una ditta alla ricerca di un programmatore informatico, riporta alla ribalta la politica occupazionale aberrante

seguita da un certo numero di ditte insediatesi nel nostro Cantone soprattutto nella scia della libera circolazione. La citata ricerca di personale è esplicitamente rivolta a lavoratori domiciliati oltre confine, a scapito cioè di coloro che vivono in Ticino. Casi tanto lampanti, che esibiscono un comportamento spudoratamente discriminatorio a danno del personale residente, non sono la regola. Non è tuttavia irrisoria la cerchia di aziende che, pur in modo meno esplicito ed appariscente, segue nei fatti le stesse orme.

Una deriva dannosa

Se lasciate prosperare, queste pratiche iniettano germi di dannosa conflittualità tra le diverse componenti della manodopera, mettendo in dannosa contrapposizione e concorrenza i residenti ed i frontalieri. Scardinano in tal modo gli equilibri del mercato del lavoro e del tessuto sociale. Ne risentono immancabilmente anche la credibilità ed accettabilità della libera circolazione, che viene dirottata dalla sua finalità e cioè dalla possibilità di reperire più agevolmente i profili e i volumi occupazionali non disponibili in loco, in una logica di complementarietà tra i lavoratori locali e quelli d’oltre confine.

Un debito da ripagare

Ogni azienda ha un consistente debito verso il territorio locale, sul quale innesta la sua prosperità. Questo debito è tanto più evidente per le ditte provenienti dall’estero e insediatesi nella nostra regione proprio in virtù di una serie di vantaggi (stabilità politica, amministrazione pubblica, servizi e reti di supporto, fiscalità..) rispetto al contesto di provenienza. Il debito va ripagato in termini di adesione e di contributo agli obiettivi di sviluppo economico, occupazionale e sociale del territorio. Le aziende devono cioè sentirsi parte integrante del territorio e favorirne la crescita.

Completare le misure di accompagnamento

Ai pericoli insiti nella libera circolazione è stata contrapposta una gamma di misure (le cosiddette misure di accompagnamento) che peccano di unidirezionalità. Mirano essenzialmente a combattere gli abusi di natura salariale. Le pressioni di natura occupazionale non dispongono invece di un analogo strumentario. Come ripetutamente evidenziato e chiesto dall’OCST, rimane di attualità l’adozione di provvedimenti che puntino a tutelare gli equilibri sul fronte dell’occupazione. Si tratta cioè di disporre di misure volte a reprimere non solo il dumping salariale bensì anche le forme di dumping sociale come quella riscontrabile nel comportamento della ditta citata in entrata.

Una verifica sistematica

Tra i primi interventi attuabili l’OCST auspica che l’ispettorato del lavoro controlli e verifichi ogni nuova entrata dall’estero nei settori dove è particolarmente elevato il numero di disoccupati locali e di giovani in entrata nel mondo del lavoro come pure nei rami dove è più tangibile il pericolo di sostituzione di manodopera. Questi interventi dovrebbero mirare ad indurre le ditte ad accollarsi precisi impegni sul fronte dell’inserimento di disoccupati e di giovani al termine della formazione.

Una collaborazione senza attriti

Un mercato del lavoro equilibrato, dove le diverse componenti si completano, è favorevole sia per i residenti, sia per i frontalieri. Sottrae anche questi ultimi alle manovre speculative di quelle ditte che si insediano in Ticino e tendono a sfruttare la manodopera frontaliera per calcoli di puro profitto. Occorre perciò riportare anche la politica occupazionale delle aziende su binari di attenzione verso i bisogni del territorio, premendo con vigore su chi viene in Ticino scambiandolo per un eldorado di speculazione.