Il piano di ristrutturazione allestito dalla BSI, con circa 100 licenziamenti e una quarantina di prepensionamenti, è scivolato tra le maglie dell’attualità senza risonanti sussulti e botti.

Se è pur vero che nessuno potesse illudersi su un’acquisizione indolore della banca ad opera della brasiliana BTG Pactual (benché questa soluzione sia stata salutata affrettatamente come lo sbocco meno dannoso per l’occupazione, non implicando doppioni da eliminare), è altrettanto innegabile che una ristrutturazione tanto rilevante è inscindibile da contraccolpi significativi. È compito e responsabilità delle parti sociali di attenuare nella misura più ampia i disagi indotti dai licenziamenti attraverso un efficace piano sociale e misure di sostegno a chi ne è colpito.

A stupire è tuttavia ancora una volta l’incapacità (e la mancata volontà) del settore di dare una risposta collettiva ad un ridimensionamento del quale la BSI è solo un tassello parziale. A partire dallo scoppio della crisi finanziaria mondiale del 2008, che ha dilatato e accelerato una contrazione già in corso da alcuni anni, il settore bancario cantonale ha perso più di mille dipendenti. Il bilancio è pressoché del doppio se ci si rapporta agli inizi del 2000. Il riassetto che è in atto non mancherà del resto di incidere ulteriormente sull’occupazione.
Non è un processo che investe singoli istituti isolatamente in difficoltà o nella condizione di doversi riorganizzare. Si tratta di una traiettoria sulla quale è collocata l’intera categoria per motivi strutturali più volte evidenziati (impatto della crisi finanziaria, minore redditività, pressioni internazionali sul segreto bancario, instabilità valutaria..).

Per l’importanza economica ed occupazionale del settore, ci si attenderebbe una politica del lavoro concordata e coordinata su piano cantonale dal corpo degli istituti bancari. Il settore è d’altronde dotato di una spina dorsale associativa (l’Associazione bancaria ticinese) e, nei singoli istituti, di strutture del personale particolarmente organizzate che rendono attuabile una linea comune nel campo della tutela dell’occupazione e del sostegno al personale bancario. Si imporrebbe una linea concertata che si prefigga di gestire il ridimensionamento occupazionale facendo in modo di attenuarne l’impatto con misure che oltrepassino i confini dei singoli istituti (raccolta centralizzata dei posti disponibili e prevedibili, ricollocamento, iniziative di perfezionamento o riqualificazione, incentivazione del tempo parziale, riduzione della durata settimanale del lavoro…).

Malgrado sollecitazioni in questa direzione formulate da più parti, gli appelli sono finora immancabilmente caduti nel vuoto. Quanto in atto alla BSI dovrebbe fare scoccare la scintilla di un’assunzione collettiva di responsabilità. Qualora si lasci passare anche questa occasione, la soluzione di un impegno collettivo del settore rischia di diventare definitivamente lettera morta.

L’OCST lancia perciò un appello all’ABT affinché, partendo dalla rilevante ricaduta occupazionale della ristrutturazione in corso alla BSI, persegua l’obiettivo di dare corpo ad una politica occupazionale concertata collettivamente dal settore bancario non senza coinvolgere le organizzazioni che rappresentano il personale.

L’appello è pure esteso al ramo delle società fiduciarie, nel quale gli assestamenti occupazionali avvengono ancor più nell’ombra. L’allacciamento di un dialogo con la parte sindacale, più volte sollecitato ma finora disatteso dalle associazioni padronali, dovrebbe finalmente consentire di dare corpo ad una linea condivisa di tutela del personale, attenuando le ricadute dei cambiamenti che scuotono il settore finanziario. Alla Camera di commercio, che raggruppa le associazioni del settore fiduciario, si chiede di attivarsi per smuovere questo ramo dalla resistenza che continua ad opporre ad una collaborazione tra le parti sociali in materia di condizioni di lavoro e di occupazione.