Intervista a Jörg Frieden, presidente del CdA di SIFEM, pubblicata oggi sul Corriere del Ticino in vista dell'incontro "Lavoro. Uno sguardo sul mondo" che l'OCST organizza per domani, giovedì 12 settembre, nella sede OCST di via Balestra 19 a Lugano.
 
Cent’anni fa nasceva l’Organizzazione cristiano-sociale ticinese (OCST). Nell’ambito dei festeggiamenti per il secolo di vita, il sindacato organizza domani a Lugano un incontro incentrato sul tema del lavoro in Africa e sulle attività di sviluppo promosse dalla Svizzera (alle 18 al Salone OCST). Ne abbiamo parlato con Jörg Frieden, presidente del CdA del Fondo svizzero per i mercati emergenti (Sifem), uno dei relatori assieme a Franziska Theiler direttrice di Brücke.
 
Qual è l’impegno di Sifem per lo sviluppo del mercato del lavoro in Africa?
 
«Il nostro mandato è quello di investire in piccole e medie imprese locali, allo scopo di creare un tessuto industriale e di servizi che promuova l’impiego con posti di lavoro stabili. Il mercato del lavoro in Africa infatti presenta una disoccupazione bassa (attorno al 3%), ma un livello di precariato molto elevato. Questo perché la maggior parte della popolazione è indipendente, con una produttività e dei redditi molto bassi. E senza redditi l’economia non cresce».
 
L’Africa è un grande continente, su che zone vi concentrate?
 
«Evitiamo gli Stati con guerre e conflitti, concentrandoci su zone dove le aziende possono svilupparsi, come il Ghana, il Kenya, la Costa d’Avorio o la Nigeria. Sono Paesi di reddito medio, che ospitano molti poveri. Se il tessuto economico cresce, anche l’indigenza estrema si riduce».
 
Concretamente come operate?
 
«Attraverso vari fondi di private equity, investiamo in PMI per fare aumentare la loro produttività e poi rivenderle dopo 5- 7 anni a privati locali. La ricchezza locale infatti non manca, ma è molto concentrata nelle mani di pochi, che la investono all’estero. Il nostro capitale di rischio è di 720 milioni di franchi, con un rendimento medio del 6-7% l’anno».
 
Quali sono i settori più promettenti?
 
«L’industria, la costruzione e i beni di consumo durevoli. Per lo più si tratta di aziende legate al mercato locale, molte PMI non hanno risorse sufficienti per rivolgersi al commercio internazionale».
 
Però lo scopo finale è quello di promuovere l’impiego.
 
«Esatto. Per mandato della Confederazione con queste attività dobbiamo generare 10.000 nuovi impieghi all’anno all’interno delle aziende, dalla produzione alla contabilità. Nel 2018 siamo arrivati a quota 9.200, quest’anno però dovremo riuscire a superare l’obiettivo e compensare quello dell’anno scorso».
 
E quali obiettivi qualitativi cercate di raggiungere?
 
«Innanzitutto la formazione aziendale, necessaria per far aumentare la produttività della manodopera e quindi i salari, i consumi e, in ultima istanza, l’economia. Tra l’altro siamo tenuti ad investire il 60% dei nostri fondi nei Paesi dove la Svizzera è presente con dei programmi di aiuto. Poi c’è la riduzione del precariato, le tematiche legate alle disparità di trattamento delle lavoratrici, le condizioni di lavoro. In totale abbiamo 30 obiettivi da raggiungere».
 
Alcune dinamiche sembrano simili a quelle in Occidente, è d’accordo?
 
«Dipende. La differenza più grossa sta nella preponderanza in Africa del sottoimpiego. Solo una minoranza della popolazione lavora con un contratto diretto – quindi non mediato da agenzie che promuovono il precariato – oppure nel settore pubblico. Il dato sulla disoccupazione ha di conseguenza un significato diverso rispetto ai Paesi sviluppati. Mancano poi le istituzioni che regolano il mondo del lavoro e le assicurazioni. E infine c’è una grandissima mobilità della popolazione tra città e campagna».
 
Per la Svizzera che vantaggi ci sono da questo impegno?
 
«Nell’immediato economicamente nessuno, anche perché Sifem opera con aziende locali. Siamo una goccia nella rete di istituzioni che si impegnano per la crescita di economie povere, di cui, indirettamente, beneficiano tutti».
 
ERICA LANZI