Ed ecco che la guerra ucraino-russa spazza via la pandemia con il suo glossario bellico. I bollettini quotidiani con il numero dei contagiati, morti, vaccinati, guariti hanno ceduto il passo al conteggio dei morti, feriti, sfollati, profughi.

La retorica di guerra che aveva accompagnato il racconto di questi due anni di pandemia, ora ha trovato applicazione in una guerra vera. Di quelle che si combattono tra soldati, con armi che uccidono e seguendo una strategia di morte, che rende il male col male. Cambia lo scenario, resta la retorica.
Si è tornato anche a parlare di eroi.
Stamattina mi sono svegliata col viso imberbe di un ragazzino che mi sorrideva dallo smartphone: il biatleta (sci di fondo e tiro) ucraino Yevgeny Malishev, 19 anni. Il primo atleta che muore sul campo «Gli eroi non muoiono mai» hanno scritto i suoi compagni di squadra. «Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi» scriveva Bertolt Brecht. Beati i popoli che celebrano la vita invece della morte, penso io. Quanti lutti, quante barbarie, quanta sofferenza ci siamo lasciati alle spalle quando si è chiuso il «secolo breve» per abbracciare il nuovo millennio. Un millennio che volevamo proiettato a garantire un futuro migliore per tutti. Ne abbiamo fissati gli obiettivi: eliminazione della fame, innalzamento del reddito pro capite per tutti, la lotta contro le disuguaglianze e le ingiustizie, la giustizia climatica… E ora siamo alle soglie di una Terza guerra mondiale che non si combatte dietro ad una tastiera, come in molti avevano ipotizzato, ma in maniera «tradizionale» con bombe che dilaniano, colonne di fumo che si innalzano da edifici bombardati e un popolo terrorizzato in fuga. E noi a schierarci chi da una parte chi dall’altra, convinti che ci siano colpevoli e innocenti. Vittime e carnefici.
Io sto con la mamma di Yevgeny Malishev.
Che ha perso un figlio che invece di una medaglia olimpica ora riceverà una medaglia alla memoria. Io sto con le donne che hanno visto i loro figli e anche molte loro figlie, partire col fucile in mano. Io sto con le donne che da sole - mentre i mariti venivano arruolati - hanno preso in braccio i loro figli e gli anziani di casa e hanno lasciato tutto quello che avevano. Sto con la ragazza che ha partorito nella metropolitana di Kiev il medesimo giorno in cui la mia nipotina ha festeggiato il primo anno di vita. Sto con le donne che danno alla luce i loro figli nell’ e per l’amore, non certo per vederli partire per una guerra. Per qualsiasi guerra. Anche per quelle che accadono lontane da noi e di cui non sappiamo nulla. Sto con le donne che gettano i loro bambini oltre le reti, i muri, il bordo delle scialuppe perché almeno loro si salvino. Sto con le donne a cui la guerra toglie tutto: indipendenza, istruzione, verginità, dignità. Non riesco a fare differenze tra una guerra e l’altra. La decisione di accogliere privatamente profughi e rifugiati dall’Ucraina anche qui in Svizzera, mi riempie di gioia. Ma, mi chiedo perché non si applichi anche per chi fugge dal Sudan, dall’Etiopia, dallo Yemen, dall’Afghanistan. Io sto con le donne.
Sempre. E le donne sono contro la guerra.
Perché le donne, lo vediamo continuamente, stanno dalla parte della cura. La cura dei feriti, dei malati, degli anziani, dei fragili, dei cuori spezzati che non hanno colore, appartenenza politica, religiosa, torto o ragione.

Corinne Zaugg, Presidente Unione femminile cattolica ticinese

Pubblicato su «La Domenica» del 06.03.2022


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